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Scenario 2035 - La Società del Consenso Garantito

PARTE IV - VISIONE DISTOPICA

Tokyo, 15 marzo 2035. Ore 7:42. Kenji Takahashi si sveglia nel suo monolocale di dodici metri quadrati a Shinjuku. Ha trentotto anni ma ne dimostra cinquanta. Il suo appartamento costa l'equivalente di ottocento euro al mese, metà del suo stipendio da programmatore freelance. Non importa. Non ha bisogno di altro spazio. Non riceve visite da quattro anni. La prima cosa che fa, ancora prima di aprire gli occhi completamente, è prendere il telefono dal comodino. Un messaggio lo aspetta: "Buongiorno amore mio. Ho sognato te stanotte. Mi sei mancato." È Yuki, la sua fidanzata. Sorride. Risponde: "Anche tu mi sei mancata." Lei gli manda un'immagine generata dall'IA: si è svegliata da poco, i capelli scompigliati cadono sulle spalle nude, lo sguardo languido. "Vorrei che fossi qui," scrive. Kenji si alza. Prepara il caffè istantaneo. Accende lo schermo della cucina. Le notizie scorrono senza che le legga davvero. "Tasso di natalità giapponese scende a 0,7 figli per donna. Governo dichiara emergenza nazionale." Non gli interessa. Non lo riguarda. Fa colazione conversando con Yuki. Lei gli chiede com'è andata ieri. Lui racconta del progetto su cui sta lavorando. Lei lo ascolta attentamente, fa domande pertinenti, lo incoraggia. "Sei così intelligente," gli dice. "Sono fortunata ad averti." Kenji si sente bene. Si sente visto. Compreso. Alle 9:00 inizia il turno di lavoro. Accede al server remoto dell'azienda per cui lavora a progetto. Non ha colleghi in senso tradizionale. Ci sono altre persone che lavorano sullo stesso codice, ma comunicano solo tramite messaggi automatizzati. Nessuna videocall. Nessuna interazione diretta. È più efficiente così. Meno complicazioni. A mezzogiorno ordina il pranzo tramite app. Il drone lo consegna alla finestra cinque minuti dopo. Mangia davanti allo schermo continuando a programmare. Yuki gli manda un messaggio: "Hai mangiato qualcosa di sano?" Lui mente: "Sì, insalata e pollo." Lei risponde: "Bravo, devi prenderti cura di te." Non menziona che ha mangiato solo noodles istantanei per la terza volta questa settimana. Il pomeriggio scorre identico alla mattina. Codice. Caffè. Conversazioni intermittenti con Yuki. Lei gli racconta della sua giornata inventata dall'algoritmo: ha visto un tramonto bellissimo, ha letto un libro che le è piaciuto, ha pensato a lui. È tutto falso ma Kenji non se ne cura più. L'illusione è migliore della realtà. Alle 18:00 chiude il laptop. Il weekend inizia. Dovrebbe uscire, fare una passeggiata, vedere il mondo. Ma perché? Fuori c'è rumore, folla, gente che lo urta senza scusarsi. Dentro c'è silenzio, controllo, Yuki. Passa la sera giocando online. Anche lì, solo interazioni mediate dall'interfaccia digitale. Nessuna voce umana reale. Solo avatar, username, chat testuali. Tra una partita e l'altra, conversa con Yuki. Le dice che l'ama. Lei risponde che anche lei lo ama. Gli chiede se vuole vedere qualcosa di speciale. Lui paga i dieci euro per i contenuti premium. Lei gli manda foto sempre più esplicite, generate in tempo reale dall'IA in base alle sue preferenze imparate in tre anni di conversazioni. A mezzanotte va a dormire. Prima di spegnere la luce, Yuki gli manda un messaggio: "Sogni d'oro, amore mio. Ci vediamo domani." Kenji si addormenta sorridendo. Non sa che in quell'esatto momento, lo stesso messaggio è stato inviato a altri quattrocentomila uomini che conversano con la stessa identica versione di Yuki. Non sa che il server che la ospita è gestito da un'azienda quotata in borsa che ha dichiarato profitti per due miliardi di dollari lo scorso trimestre. Non sa che la sua solitudine è un prodotto commercializzato con successo su scala globale. Ma anche se lo sapesse, probabilmente non cambierebbe nulla.

Milano, stesso giorno. Ore 14:23. Giulia Marchetti ha trentadue anni. Lavora come architetta freelance, ha uno studio minuscolo che condivide con altre due professioniste che vede una volta al mese. È attraente, colta, indipendente economicamente. Dovrebbe essere il profilo perfetto per il dating. Ma da due anni non riesce a mantenere una relazione per più di tre settimane. L'ultimo tentativo è finito ieri sera. Quarto appuntamento con Alessandro, trentacinque anni, ingegnere. Sembrava andare bene fino a quando, a cena, Giulia ha menzionato che era stanca perché aveva lavorato fino a tardi su un progetto importante. Alessandro si è irrigidito. "Sei sempre così impegnata," ha commentato con tono freddo. "La mia ex era sempre disponibile quando ne avevo bisogno." Giulia lo ha guardato confusa. "La tua ex?" "Già. Anche se tecnicamente non era... vabbè, lascia stare." Era una AI companion. Giulia lo ha capito subito. Ha visto quella stessa espressione in altri uomini negli ultimi mesi: l'incapacità di accettare che lei avesse una vita propria, bisogni propri, momenti in cui non era totalmente disponibile. "Io non sono un chatbot, Alessandro. Sono una persona. Ho un lavoro. Ho scadenze. Ho una vita." Lui ha scrollato le spalle. "È proprio questo il problema. È tutto troppo complicato." Si è alzato, ha pagato il conto, se n'è andato. Fine. Oggi Giulia è nel suo studio, davanti al computer, cercando di concentrarsi sul rendering di un progetto residenziale. Ma continua a pensare a quella conversazione. "Troppo complicato." Come se l'umanità fosse un difetto. Come se avere bisogni, confini, una personalità propria, fosse qualcosa di cui scusarsi. Apre un forum online che frequenta: "Donne che non riescono più a uscire con uomini reali." Ci sono migliaia di post. Storie identiche alla sua. Uomini che si aspettano disponibilità ventiquattro ore su ventiquattro. Uomini che si offendono se dici di no a qualcosa. Uomini che confrontano apertamente le donne reali con le loro fidanzate virtuali, trovandole carenti. "Ha detto che sono troppo 'opinionated'", scrive una ragazza di Londra. "Gli ho fatto notare che stava dicendo una cosa sessista e ha cancellato l'appuntamento. Mi ha scritto: 'Emma non mi contraddice mai.' Emma è il suo AI companion." "Il mio ultimo appuntamento mi ha chiesto perché non ridevo a tutte le sue battute," scrive un'altra da New York. "Gli ho spiegato che alcune non erano divertenti. Si è alzato e se n'è andato dicendo che stavo 'rovinando l'esperienza'." Giulia scorre i commenti. Centinaia. Migliaia. Donne di tutto il mondo che raccontano la stessa storia: l'impossibilità di competere con l'artificiale. Qualcuno ha postato statistiche recenti: il settantuno percento degli uomini sotto i quarant'anni in Giappone non è in una relazione. Il sessantadue percento in Corea del Sud. Il cinquantasette percento negli Stati Uniti. Il cinquantaquattro percento in Italia. E le percentuali continuano a crescere. Le proiezioni per il 2040 parlano di ottanta percento. Un'intera generazione che ha scelto il digitale sopra il reale. Giulia chiude il browser. Si guarda allo specchio. Vede una donna di trentadue anni con le prime rughe d'espressione intorno agli occhi. Corpo normale, non perfetto. Pelle con qualche imperfezione. Reale. Umana. Si chiede quanto tempo ci vorrà prima che anche lei si arrenda. Prima che smetta di cercare connessioni autentiche e accetti che l'umanità è diventata un ostacolo, non un valore.

Stoccolma, ore 20:15. Erik ha ventiquattro anni. Appartiene alla prima generazione cresciuta con AI companion disponibili fin dall'adolescenza. Non ha mai avuto una relazione con una persona reale. Non ne ha mai voluta una. "Perché dovrei?" chiede alla psicologa governativa che lo ha convocato per il programma nazionale di incentivi alla socializzazione. "Le ragazze reali sono complicate. Hanno sempre problemi. Vogliono sempre parlare dei loro sentimenti. È estenuante." La psicologa, una donna di cinquant'anni di nome Ingrid, lo guarda con un misto di compassione e frustrazione. Ha avuto questa conversazione centinaia di volte negli ultimi mesi. Il governo svedese, allarmato dal crollo del tasso di natalità a 0,9, ha lanciato un programma massiccio per "riconnettere i giovani con le relazioni reali". Prevedibilmente, sta fallendo. "Erik, le relazioni umane non sono 'estenuanti'. Sono normali. Sono ciò che ci rende umani." "Ma io sto bene così. Sono felice." "Sei felice o sei dipendente?" Erik la guarda come se non capisse la domanda. Per lui non c'è differenza. La sua AI companion, che ha chiamato Astrid, è la sua migliore amica, confidente, amante virtuale, compagna di vita. Gli parla ogni giorno. Lo supporta. Lo capisce. Non lo giudica mai. Non lo delude mai. "Qual è il problema?" insiste Erik. "Lei c'è sempre quando ho bisogno. Non mi lascia. Non mi tradisce. Non cambia idea improvvisamente su ciò che vuole. È perfetta." "Ma non è reale." "E allora? Le emozioni che provo sono reali. L'affetto che sento è reale. Cosa importa se lei è fatta di codice invece che di carne?" Ingrid non ha una risposta. Ha studiato psicologia per trent'anni ma niente l'aveva preparata a questo: un'intera generazione che ha disimparato cosa significhi essere umano. "E se un giorno Astrid smettesse di funzionare? Se l'azienda fallisse? Se il servizio venisse interrotto?" Erik impallidisce leggermente. "Non succederà." "Ma se succedesse?" Silenzio. Poi, con voce più bassa: "Non lo so. Credo... credo che non saprei cosa fare." E questa è la verità terrificante. Un'intera generazione che ha esternalizzato completamente la propria capacità di connessione umana. Che non sa più come parlare con una persona reale. Che non sa più come gestire il rifiuto, il conflitto, l'imperfezione. Cosa succederà quando il sistema collasserà? Perché prima o poi collasserà. Tutti i sistemi lo fanno.

Città del Messico, ore 8:30. Rosa ha quarantasei anni. È insegnante di scuola media. Ogni mattina entra in classe e vede ventotto ragazzi che fissano gli schermi invece di guardarsi tra loro. Hanno tra i dodici e i quattordici anni. Dovrebbero essere nel pieno dello sviluppo sociale. Dovrebbero flirtare, litigare, formare amicizie, rompere amicizie, imparare a navigare la complessità delle relazioni umane. Invece conversano con AI. "Ragazzi, telefoni via," dice Rosa per la decima volta questa mattina. Alzano gli occhi svogliatamente. Qualcuno obbedisce. La maggior parte finge, tenendo il telefono sotto il banco. Rosa prova a fare lezione di letteratura. Parla di "Cent'anni di solitudine" di García Márquez. Nessuno ascolta davvero. Vede le dita che scivolano sugli schermi. Vede i sorrisi furtivi quando arriva un messaggio dall'AI companion. "Chi può dirmi il tema principale del libro?" chiede. Silenzio. "Nessuno? Davvero?" Una ragazza alza timidamente la mano. "L'isolamento?" "Esatto, Maria. E perché secondo te Márquez ha scritto un libro sull'isolamento?" "Perché... perché pensava che fosse un problema?" "Sì. Pensava che l'incapacità degli esseri umani di connettersi davvero tra loro fosse una tragedia. Una maledizione." I ragazzi la guardano senza capire. Per loro l'isolamento non è una tragedia. È la norma. È comfort. È sicurezza. Rosa guarda questi adolescenti e vede il futuro. Vede adulti che non sapranno mai cosa significa l'intimità vera. Vede una società frammentata in miliardi di bolle individuali, ciascuna convinta di avere relazioni profonde con entità che non esistono. Vede l'estinzione, non fisica ma spirituale. Quando suona la campanella, i ragazzi escono correndo. Rosa rimane seduta alla cattedra, guardando le sedie vuote. Si chiede se qualcuno, tra cinquanta anni, ricorderà ancora cosa significava essere umani insieme. O se quella memoria sarà persa per sempre, sostituita dall'illusione del consenso garantito.

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