Prologo
Isola d'Elba, 30 agosto.
Costanza Berti sedeva sulla veranda della casa che aveva tirato su pezzo dopo pezzo con le proprie mani; o meglio, che aveva costruito insieme a un uomo che se n'era andato troppo presto, lasciandole il profumo del rosmarino sul davanzale, un limone testardo che fioriva anche d'inverno e una nipote che le somigliava più di quanto Elena fosse disposta ad ammettere.
La sedia di vimini scricchiolava piano sotto il suo peso leggero. Il mare, lì sotto, respirava con la costanza ostinata di chi non smette mai, un riflesso d'argento tremolante sulle onde. Il sole calava dietro gli scogli scuri, tingendo tutto d'un arancione che sbiadiva lentamente nel viola. Quella luce, Costanza la conosceva a memoria: l'aveva vista cambiare per settantatré estati, scriveva rughe sulle rocce e pace sulle stanze. Sapeva anche che quella, probabilmente, sarebbe stata l'ultima.
Non aveva paura di morire. Aveva paura di lasciare le cose incompiute.
Il dottor Falchi era passato quella mattina, come faceva ormai ogni settimana, con la sua valigetta di cuoio consunto e il sorriso discreto di chi sa entrare in casa senza violarne le abitudini. Aveva appoggiato il cappello sul pomolo della sedia, tirato fuori lo stetoscopio che odorava di disinfettante e di sale, e si era seduto accanto a lei con la confidenza di chi la conosceva da quarant'anni.
Il cuore è stanco, Costanza, aveva detto dopo averle contato i battiti con due dita ferme sul polso. La voce, bassa.
Potrebbe reggere ancora mesi. Potrebbe fermarsi domani. Non è una scienza esatta, lo sai.
«Non mi hai mai raccontato bugie, Michele. Non cominciare adesso.»
Non lo farei mai. Le aveva preso la mano, callosa quanto la sua, due esistenze che odoravano di giardino e di mare. Hai qualcuno da avvertire? Qualcosa da sistemare?
Costanza aveva pensato a Elena sempre a Elena, in ogni pensiero che riguardasse il tempo che le restava e aveva risposto soltanto: «Sì. Una cosa. Ma è una cosa che devo fare da sola.»
Il dottore se n'era andato promettendo di tornare la settimana seguente, e Costanza era rimasta con il tramonto, con il fruscio del rosmarino al vento e con una promessa che le pesava addosso più di qualunque diagnosi: doveva scrivere a Elena prima che fosse troppo tardi, e doveva farlo bene, perché non avrebbe avuto una seconda possibilità.
Aveva provato a chiamarla, quella mattina, prima della visita del dottore. Il telefono aveva squillato a lungo, così a lungo che il gatto rosso aveva alzato un orecchio infastidito, e alla fine era scattata la segreteria, con la voce professionale e un po' fredda che Elena usava con gli sconosciuti non quella calda e ironica che riservava a chi conosceva davvero.
«Ciao, sono Elena, lascia un messaggio dopo il segnale.»
Il beep aveva tagliato l'aria. Costanza non aveva lasciato nessun messaggio. Cosa avrebbe potuto dire in trenta secondi che non suonasse come un allarme o, peggio, come un ricatto emotivo? Chiamami, ho bisogno di sentirti sarebbe parsa una richiesta d'aiuto che Elena, presa dai suoi impegni a Milano, avrebbe archiviato tra i soliti richiami della nonna solitaria non per quello che era davvero: un ultimo, disperato desiderio di sentire la voce della persona che amava di più al mondo, prima che le forze cominciassero a mancarle davvero.
Aveva riattaccato senza dire nulla, poi si era seduta di nuovo sulla veranda, la schiena contro lo schienale, lo sguardo fisso sull'orizzonte. Quella stessa ostinazione silenziosa che Elena aveva ereditato da lei senza saperlo le teneva ferme le mani.
Sul tavolino di ferro battuto, accanto alla tazza di caffè ormai freddo, c'erano un foglio di carta ancora bianco e una penna stilografica che era stata di suo marito. Costanza la fece ruotare tra le dita, sentendo il fresco del metallo contro la pelle sottile. La posò. La riprese. Come se le parole si rifiutassero di farsi prendere per la coda.
Non è facile scrivere l'ultima lettera a qualcuno che ami disse a voce alta, a nessuno in particolare, forse al gatto rosso che dormiva rannicchiato su una sedia di vimini scolorita dal sole. Il gatto aprì un occhio dorato, poi lo richiuse, fiducioso come sanno esserlo solo gli animali e i bambini.
Guardò verso l'interno della casa, attraverso la porta-finestra socchiusa. Le pareti bianche custodivano decenni di vita: la foto in bianco e nero del suo matrimonio, scattata proprio su quella veranda cinquantatré anni prima, il velo che il vento stava per sollevare, la mano di lui sulla sua schiena; il disegno infantile di una bambina di sei anni che rappresentava, con tratti sgraziati ma pieni d'amore, "la nonna e il mare"; il piccolo baule di legno dove teneva le conchiglie raccolte insieme a Elena ogni estate, ciascuna etichettata con la data e un aggettivo scelto dalla bambina "conchiglia felice", "conchiglia timida", "conchiglia coraggiosa". Era un gioco che avevano inventato quando Elena aveva sette anni e che avevano continuato, con crescente nostalgia, fino a quando le visite estive si erano fatte sempre più rare, poi quasi inesistenti, negli ultimi anni prima della morte di Costanza.
Sfiorò con lo sguardo la tovaglia a quadri azzurri, consumata sugli angoli, il cestino dei limoni, una ciotola scheggiata che non aveva avuto il coraggio di buttare. Quelle cose piccole, ostinate, erano casa. Erano lei.
Ripensò a quell'ultima estate insieme, tre anni prima, quando Elena aveva ventidue anni ed era già una ragazza chiusa, diffidente, che parlava d'amore solo attraverso i personaggi dei suoi romanzi e mai attraverso se stessa. Ricordò le loro sere sulla veranda, la luce che diventava miele e la brezza che alleviava il caldo, il rumore dei bicchieri sul tavolo.
Perché ti viene difficile innamorarti di qualcuno tesoro? Le aveva chiesto una sera, con la semplicità delle domande che le stavano strette in gola.
Elena era rimasta un attimo in silenzio, a seguire con un dito la venatura del legno sul bracciolo, poi aveva alzato gli occhi, scuri e lucidi.
Perché ho visto cosa succede quando ci si innamora, nonna. Ho visto mia madre soffrire in silenzio, fino alla fine, fingendo che andasse tutto bene, mentre mio padre la tradiva con tante donne diverse.
Non tutti gli amori sono come quello di tua madre e tuo padre.
Come fai a saperlo?Aveva ribattuto Elena, non sfidando: ma lo disse per proteggersi.
Quella sera, Costanza non aveva avuto una risposta pronta. Aveva stretto la tazza calda tra le mani e aveva lasciato che la notte scorresse. Ma ora, con la penna in mano e il tempo che stringeva, sapeva esattamente cosa avrebbe voluto dirle, se solo avesse avuto un'altra occasione per farlo di persona.
Pensò a Elena. Pensò a quanto le assomigliasse in quella ostinazione silenziosa, in quel modo di guardare il mondo con gli occhi un po' socchiusi, come se aspettarsi il peggio fosse una forma di intelligenza e non di paura. Costanza sapeva da dove veniva quella paura. L'aveva vista nascere, capitolo dopo capitolo, negli anni in cui Enrico tradiva sua moglie con la disinvoltura di chi non teme conseguenze, e Elena, bambina, imparava che l'amore era qualcosa che si spezzava sempre, prima o poi, e che l'unico modo per non soffrire era non concederlo mai del tutto.
Ti ho lasciato fare troppi errori da sola, piccola mia, mormorò.
E per la prima volta quella sera le si inumidirono gli occhi. Si asciugò una lacrima con il dorso della mano, se ne stupì appena, poi prese un respiro, profondo come il mare sotto casa.
Prese la penna. Questa volta non si fermò.
Mia dolce Elena,
quando leggerai questa lettera io probabilmente non ci sarò più, e mi dispiace di non poterti abbracciare mentre la leggi, perché temo che ne avrai bisogno.
Ti lascio questa casa.
Non perché sia un luogo prezioso, e questo lo sai bene, non è una casa lussuosa, ha solo pareti bianche che ho imbiancato io stessa ogni tre anni, una veranda che odora di salsedine e un limone che tuo nonno piantò l'anno in cui ci siamo sposati. Te la lascio perché è l'unico posto al mondo dove ti ho vista davvero libera e felice. Ricordi quando correvi scalza sulla veranda gridando che non saresti mai più tornata a Firenze? Avevi sette anni e già sapevi, in qualche modo, che a Firenze c'era qualcosa da cui scappare.
Quello che voglio dirti e questo: Non voglio che tu pensi che l'amore sia quello che hai visto tra tuo padre e tua madre. So che è quello che ti è stato trasmesso, e so quanto sia difficile disimpararlo. Ma io non ti sto scrivendo per obbligarti a niente. Non voglio che tu ti fidi di un uomo solo perché io te lo chiedo da morta, sarebbe un ricatto, e io non ti ho mai ricattata in vita mia, e di sicuro non comincerò ora.
Voglio solo dirti questo: Mi piacerebbe che ti innamorassi, ma non un amore passeggero, uno fugace che si consuma nell'arco di poco tempo. Ma quello duraturo, quello che ti farà scegliere quella persona nonostante tutto ogni singolo giorno. La solitudine che hai scelto per proteggerti non è la stessa cosa della pace. Un giorno, di sicuro capirai la differenza. E se quel giorno dovesse arrivare un uomo che ti farà paura non perché ti farà del male, ma perché ti farà venire voglia di restare, prova a restare, almeno una volta, prima di scappare. Non puoi tenere il tuo cuore chiuso a chiave per sempre. Qualcuno prima o poi riuscirà ad aprire le porte del tuo cuore, ne sono più che sicura.Proprio come è successo tra me e tuo nonno.
Questa casa sarà qui ad aspettarti, qualunque cosa tu decida. Ci saranno il rumore delle onde sotto la finestra, le conchiglie con i nomi che abbiamo inventato e il profumo del rosmarino al tramonto. Non è molto,so che è una casa da restaurare, ma è casa la tua casa. È il mio modo di dirti che un posto sicuro esiste. Spero che queste mie parole ti resteranno nel cuore e ti accompagneranno nella tua vita, e quando ti sentirai triste o passerai un brutto momento, torna qui, in qualche modo spero sentirai la mia vicinanza e ti ricorderai i momenti felici che abbiamo vissuto qui.
Avrei tanto voluto starti ancora vicino e darti ancora il mio amore, ti voglio bene.
La tua cara nonna Costanza
Piegò il foglio con cura, lo infilò in una busta di carta pesante color avorio e, sopra, scrisse soltanto un nome: Elena. La grafia era ancora ferma, nonostante il tremito. Passò un dito sul nome come a carezzarlo.
Poi chiamò l'avvocato di famiglia, l'uomo che si occupava delle sue proprietà da vent'anni, e gli disse esattamente cosa fare: la casa dell'Elba, con tutto ciò che conteneva, sarebbe andata a Elena, e a nessun altro. La lettera doveva essere consegnata insieme alle chiavi, non prima.
Costanza al telefono, con la voce ferma di chi ha già fatto pace con ciò che verrà. Voglio solo essere sicura che tutto sia in ordine. Ho un'ultima cosa da sistemare, e poi il mare può prendersi anche me, quando vorrà.
Chiuse la chiamata.
Fuori, il sole era ormai scomparso. Il gatto rosso si stiracchiò, saltò giù dalla sedia e andò a strusciarsi contro le sue caviglie. Costanza si chinò per accarezzarlo, le dita tra il pelo morbido, e sorrise, per l'ultima volta in quella luce color della sera, pensando a una bambina che correva scalza su quella stessa veranda giurando di non voler mai più tornare a casa.
Non sapeva ancora, non poteva saperlo, che tra meno di un anno sua nipote sarebbe tornata davvero a Firenze. E che questa volta, forse, non sarebbe scappata.
Capitolo 1 - Il ritorno di Elena
Il treno rallentò dolcemente mentre entrava nella stazione di Santa Maria Novella, ed Elena Valenti sentì lo stomaco stringersi nello stesso modo in cui si stringeva ogni volta che tornava in quella città, come se Firenze stessa sapesse esattamente quali corde toccare.
Erano tre anni che non ci metteva piede.
Tre anni passati a Milano, in un monolocale troppo piccolo per i suoi libri e troppo silenzioso per i suoi pensieri, a scrivere romanzi che parlavano di donne che se ne andavano e non tornavano mai, mentre lei stessa fingeva di essere una di loro. Non sapeva nemmeno lei dire con precisione cosa l'avesse convinta, alla fine, a tornare: forse la telefonata di suo padre, insolitamente breve e diretta, in cui le aveva chiesto di rientrare per discutere di "questioni di famiglia"; forse la sensazione, sempre più insistente da quando sua nonna Costanza era morta, che il tempo per rimettere insieme i pezzi sparsi della propria vita si stesse assottigliando più in fretta di quanto volesse ammettere. Fatto sta che eccola lì, con una valigia troppo pesante e un romanzo a metà nella borsa a tracolla, a scendere sulla banchina dove l'aria sapeva ancora di pietra calda e caffè.
Suo padre non era venuto a prenderla.
Non che si fosse aspettata diversamente. Enrico Valenti non andava mai a prendere nessuno alla stazione; mandava qualcuno, oppure come quel giorno semplicemente dava per scontato che sua figlia avrebbe trovato un taxi, perché lui aveva "un impegno importante", parole che nella sua bocca significavano quasi sempre la stessa cosa da quando Elena aveva memoria: un incontro, un affare, una cena che non poteva saltare. Elena aveva imparato a non aspettarsi altro da lui già a dieci anni, la sera in cui aveva visto sua madre piangere in cucina con il telefono in mano, e aveva capito senza che nessuno glielo spiegasse che quella lacrima aveva un nome di donna che non era il suo.
Nel taxi, appoggiò la fronte al vetro. Le scivolarono davanti le mura, le cupole che spuntavano tra i tetti, i motorini che sfioravano i paraurti con la disinvoltura di chi si sente immune alla legge della fisica. Il cuore le tamburellava piano, un ritmo antico, familiare e sgradito. Ogni curva della città le restituiva una voce, un odore, un gesto mai dimenticato. Si cinse le braccia come a contenere l'irrequietezza e lasciò che il respiro si aggiustasse alla cadenza del traffico.
Villa Monteluce apparve in fondo al viale di cipressi esattamente come la ricordava:
imponente, elegante, fredda e vuota, in un modo che le strinse il petto ancora prima che scendesse dall'auto. Nessuno l'aspettava sulla soglia. Da quando sua madre non c'era più, quella casa aveva smesso di sapere accogliere qualcuno: era rimasta bella, curata, perfetta nei minimi dettagli grazie alla domestica che suo padre pagava per mantenerla tale, ma priva di quel calore che solo una presenza viva, non un arredamento impeccabile, avrebbe potuto restituirle.
Sua madre era morta quando Elena aveva sedici anni, portandosi via, insieme a sé, l'unica voce in quella casa capace di leggerle dentro senza bisogno di parole. Da allora Villa Monteluce era diventata, più che una casa, un monumento silenzioso a tutto ciò che era stato e non sarebbe mai più tornato.
Elena entrò da sola, i tacchi che risuonavano sul marmo dell'ingresso in un'eco che le parve più forte del solito. Posò la valigia ai piedi delle scale e restò immobile, lasciando che i ricordi la investissero tutti insieme sua madre che le sistemava i capelli proprio in quell'ingresso prima della scuola, dita sottili che le sfioravano la fronte e un sorriso stanco ma gentile; quel modo tutto suo di abbracciarla con una delicatezza esitante, come se temesse di stringere troppo forte qualcosa che poteva rompersi.
Si vede che scrivi ancora, hai quello sguardo, le aveva detto una volta, anni prima, osservandola tornare da scuola con la testa persa in una storia che si stava inventando. Nessuno, dopo di lei, era più riuscito a leggerle addosso quello sguardo senza che Elena dovesse spiegare nulla.
La cuoca le aveva lasciato in caldo una zuppa leggera e un'insalata; cenò da sola, nella sala da pranzo troppo grande per una persona, ascoltando il tintinnio del cucchiaio contro la porcellana come se potesse farle compagnia. La luce dei lampadari cadeva fredda sul tavolo lucidato; ogni volta che alzava lo sguardo, vedeva riflessa una ragazza che assomigliava a lei e che, per un attimo, le sembrava un'ospite capitata lì per sbaglio.
Suo padre rientrò tardi. L'alito sapeva vagamente di whisky e di un profumo che Elena preferì non chiedersi di chi fosse. Le sfiorò la fronte con un bacio veloce, il telefono già tra le dita, e buttò lì: «Bentornata, tesoro.»
Ciao, papà. Si alzò per un riflesso che le apparteneva da sempre.
Il viaggio? Chiese lui, gli occhi che scivolavano oltre la sua spalla, verso nulla e verso tutto. Tranquillo.
Bene.Un cenno, mezzo sorriso, l'ombra di una presenza. Domani parliamo. Ho una videoconferenza adesso. E sparì nel suo studio prima ancora che lei potesse decidere se fermarlo o lasciarlo andare.
Elena lo seguì con lo sguardo lungo il corridoio e pensò, non per la prima volta, che suo padre non era un uomo cattivo. Era soltanto un uomo che non aveva mai imparato a scegliere, e che per questo aveva passato una vita a prendere tutto ciò che voleva, convinto che nessuno ne avrebbe pagato il prezzo al posto suo.
Sua madre lo aveva pagato per anni, prima di ammalarsi e spegnersi in fretta, troppo in fretta, quando Elena era ancora un'adolescente incapace di capire fino in fondo quanto quella perdita l'avrebbe segnata per il resto della vita. Ricordava ancora, con una nitidezza che il tempo non era riuscito ad attenuare, l'ultima conversazione vera che avevano avuto. Sua madre seduta sul bordo del letto di Elena, la voce già indebolita dalla malattia, che le diceva: «Non giudicare troppo tuo padre, tesoro. È fatto così. Io ho fatto la mia scelta tanto tempo fa, e non è stata quella di andarmene.» E poi, con un'ultima fitta di lucidità che Elena avrebbe portato con sé per sempre:«Ma non voglio che tu cresca pensando che tutti gli uomini siano come lui. Promettimelo.»
Elena aveva abbassato lo sguardo.
A quel tempo non aveva saputo cosa rispondere.
Avrebbe voluto prometterglielo. Davvero.
Ma come poteva credere nell'amore quando l'uomo che avrebbe dovuto insegnarle per primo cosa significasse amare aveva passato anni a mentire alla donna che diceva di amare?
Forse era stato proprio quello a rovinarle ogni possibilità di essere felice.
A Milano ci aveva provato.
Aveva accettato cene, aperitivi, passeggiate interminabili per le vie del centro. Aveva lasciato che qualche ragazzo si avvicinasse abbastanza da conoscerla, sperando che, prima o poi, qualcuno riuscisse a farle cambiare idea.
Ma ogni volta accadeva la stessa cosa.
All'inizio era tutto semplice. Un messaggio al mattino, una telefonata, una cena improvvisata. Elena si lasciava coinvolgere, sorrideva, si convinceva che forse quella volta sarebbe stato diverso.
Poi arrivava il momento in cui iniziava a chiedersi dove fosse lui, con chi fosse, perché avesse impiegato così tanto a rispondere.
E bastava una donna comparsa nella conversazione, un telefono lasciato a faccia in giù sul tavolo o un messaggio a cui lui non rispondeva davanti a lei perché quella vecchia paura tornasse a galla.
E se ci fosse un'altra?
Non riusciva a farne a meno.
Cercava segnali dove forse non ce n'erano.
Analizzava ogni parola, ogni gesto, ogni silenzio.
E quando il ragazzo cominciava a chiederle di fidarsi, Elena sentiva dentro di sé qualcosa irrigidirsi.
Non era lui che non le piaceva.
Era la paura di ciò che sarebbe potuto accadere se avesse cominciato ad amarlo.
Perché amare significava fidarsi.
E fidarsi, nella sua mente, aveva sempre avuto un prezzo.
Aveva visto sua madre fidarsi di suo padre. Aveva visto quella fiducia spezzarsi una volta dopo l'altra. E aveva imparato, ancora troppo giovane, che si poteva amare qualcuno e, nello stesso tempo, essere traditi da lui.
Così aveva lasciato andare tutti.
Alcuni con una scusa.
Altri senza nemmeno cercare di spiegare.
Nessuno era riuscito a superare quella barriera che Elena aveva costruito intorno sia al proprio cuore che al proprio corpo.
Forse sua madre aveva ragione.
Forse gli uomini non erano tutti come suo padre.
Ma Elena non aveva mai trovato il coraggio di scoprirlo.
Perché, in fondo, era molto più facile non innamorarsi di nessuno che rischiare di innamorarsi della persona sbagliata.
Non gliel'aveva mai promesso apertamente. Ma quella richiesta, rimasta sospesa tra loro come un debito mai saldato, era diventata negli anni una delle ragioni segrete per cui Elena si era tenuta lontana da ogni uomo che le si fosse avvicinato troppo non per fedeltà a un ricordo, ma per paura di tradirlo scegliendo, alla fine, la stessa strada di dolore silenzioso che aveva visto consumare sua madre.
Salì in camera sua poco dopo, la stessa stanza che aveva lasciato tre anni prima, con le pareti ancora dello stesso color crema che aveva scelto a sedici anni, la libreria piena dei romanzi della sua adolescenza Jane Austen accanto a Elsa Morante, i gialli che divorava d'estate accanto ai classici che fingeva di apprezzare più di quanto facesse davvero. Tutto era rimasto identico, come se il tempo, lì dentro, si fosse fermato nell'attesa del suo ritorno, mentre fuori da quella porta tutto era cambiato, invecchiato, appassito lentamente sotto il peso di silenzi non detti.
Disfece la valigia con lentezza, più per procrastinare che per necessità. Ogni oggetto che tirava fuori le ricordava Milano il maglione grigio che indossava mentre scriveva l'ultimo capitolo del suo romanzo in una notte di dicembre, la tazza scheggiata comprata al mercatino sotto casa a cui si era affezionata più di quanto fosse ragionevole per un oggetto costato due euro e ogni ricordo la faceva sentire, paradossalmente, ancora più distante dalla città che pure aveva lasciato solo poche ore prima.
Si affacciò alla finestra. Il giardino di Villa Monteluce si stendeva sotto di lei nell'ultima luce della sera, curato con la precisione ossessiva del giardiniere che suo padre pagava profumatamente per mantenere ogni siepe perfettamente geometrica un giardino bello, pensò, ma privo di quella vita disordinata e affettuosa che ricordava nel giardino di sua nonna all'Elba, dove le piante crescevano come volevano e nessuno si sognava di potarle in forme innaturali. Lì, il vento odorava di resina e salsedine, e i pomeriggi avevano un suono diverso: quello delle cicale che non conoscono orari d'ufficio.
Le mancava sua nonna Costanza in un modo che, a distanza di un anno dalla sua morte, non si era ancora affievolito. Le mancavano le sue mani callose che le sistemavano i capelli, la sua voce che raccontava storie di quando era giovane con un'ironia tagliente che nessun altro nella sua famiglia possedeva, il modo in cui sapeva sempre, con una precisione quasi inquietante, cosa Elena stesse davvero pensando anche quando lei si sforzava di nasconderlo.
Prese il telefono e riguardò, per l'ennesima volta, la cronologia delle chiamate perse.
C'era una chiamata di sua nonna, arrivata qualche settimana prima della sua morte, a cui Elena non aveva risposto era in mezzo a una scena importante del suo romanzo, si era detta allora, l'avrebbe richiamata più tardi, e "più tardi" era diventato, con la crudeltà tipica del destino, mai più.
Quel rimorso la accompagnava ancora, sordo e costante, in ogni momento di silenzio come quello.
Dal galleria del suo telefono emerse lo screenshot di un'e-mail. Rilesse, per l'ennesima volta, il messaggio che le aveva mandato l'avvocato di famiglia due settimane prima: Gentile Signorina Valenti, la contatto in merito alle ultime volontà di sua nonna Costanza. C'è una questione che riguarda una proprietà all'Isola d'Elba di cui dobbiamo parlare di persona. Resto a disposizione per fissare un appuntamento appena rientrata a Firenze.
Non aveva ancora risposto.
Non era pronta a parlare della nonna. Non ancora. La morte di Costanza, arrivata all'improvviso in una sera di Agosto dell'anno prima, era stata l'unica perdita che Elena non era riuscita a raccontare neppure a se stessa attraverso la scrittura, e lei che raccontava tutto, che trasformava ogni dolore in una frase, in un personaggio, in qualcosa di gestibile, si era ritrovata per la prima volta muta davanti al foglio bianco.
Spense la luce.
Non riuscì a dormire a lungo. Verso le due si svegliò di soprassalto da un sogno che non ricordava, il cuore che batteva forte, le mani fredde contro il lenzuolo caldo, e restò a fissare il soffitto finché la luce grigia dell'alba non cominciò a filtrare tra le persiane socchiuse. Quando finalmente il respiro si placò, si rese conto che quella casa, di notte, aveva lo stesso suono dei ricordi: un fruscio lieve, passi lontani che non arrivavano mai.
Alle otto era già sveglia, seduta al tavolo della cucina con una tazza di caffè preparata da sola, nel silenzio ovattato di una casa ancora addormentata. Contemplò la superficie nera e lucida come se vi potesse leggere un'indicazione, un segno qualunque. Invece prese il telefono e chiamò Silvia la sua migliore amica, l'unica persona a Milano che sapesse davvero tutto di lei, dai romanzi non ancora pubblicati alle paure che non confessava nemmeno ai propri personaggi.
«Allora, come va il ritorno nella tana del lupo?» chiese Silvia, la voce ancora impastata di sonno, essendo le otto un orario che considerava un affronto personale nei giorni in cui non doveva lavorare.
«Meglio di quanto mi aspettassi. Peggio di quanto sperassi.»
«Cioè, come sempre»
«Come sempre.» Elena sorrise, nonostante tutto, al conforto familiare della sua voce.Mio padre è già sparito nel suo studio, come previsto. Questa casa è silenziosa in un modo che non mi abituerò mai a sopportare del tutto.
«Al primo silenzio, apri tutte le finestre. O metti musica. O fai entrambe le cose e scandalizzi i cipressi.» gli disse Silvia.
«Temono il jazz.» Si sentì più leggera nel concedersi quella battuta. «E poi c'è la questione della casa di mia nonna» le si incrinò appena la voce, il cucchiaino che toccò il piattino con un piccolo colpo secco.
«Hai già capito.»
- Hai già chiamato l'avvocato? - domandò Silvia con cautela.
- Non ancora. Non sono pronta, Sil. So che dovrei, ma ogni volta che penso di parlarne mi si stringe la gola. È come se aprissi una porta e dietro ci fosse tutto quello che ho evitato in questo anno.
Prenditi il tempo che ti serve. Ma non troppo, ok? A volte affrontare le cose subito fa meno male di rimandarle all'infinito. E, per quanto ti conosco, finiresti a parlarne con i tuoi personaggi prima che con un essere umano in carne e ossa.
Possibile. Si passò una mano tra i capelli, tirandoli indietro. E tu? Com'è il tizio di cui mi hai accennato?
«Statisticamente irrilevante. Carino, ma credo che la nostra storia finirà prima che io finisca questo sbadiglio.»
Un sospiro teatrale, poi un sorriso che Elena poté quasi vedere. «Quando vuoi, prendo un treno e ti raggiungo. Porto io la musica per i cipressi, le disse.
Quando riattaccò, si sentì un po' più leggera, come succedeva sempre dopo aver parlato con lei.
Decise di uscire a camminare, più per bisogno di aria che per una meta precisa. Firenze la accolse con la sua bellezza consueta e un po' opprimente - i palazzi rinascimentali che sembravano giudicare silenziosamente chiunque passasse, i turisti che si accalcavano davanti al Duomo con i telefoni alzati, il fiume che scorreva placido sotto il Ponte Vecchio come se niente, in quella città, potesse davvero cambiare nel corso dei secoli. Il selciato le restituiva il passo, e il rumore delle sue scarpe si confondeva con lingue diverse, risate, l'odore denso di brioche appena sfornate.
Camminò senza fretta lungo l'Arno, ripensando a quanto fosse diverso il rapporto che aveva con quella città rispetto a quello di sua nonna con l'Elba: Firenze era bella, ma le pesava addosso come un vestito troppo elegante e scomodo, cucito su misura per qualcun altro; l'Elba, invece, era stata sempre l'unico posto dove si era sentita semplicemente se stessa, senza il peso delle aspettative, dei pettegolezzi, delle apparenze da mantenere che caratterizzavano ogni angolo della vita fiorentina di suo padre. Sull'isola, il tempo non chiedeva permesso: si sedeva accanto a te e ascoltava.
Si sforzò di stare ferma nel presente, di non anticipare con la mente il momento in cui avrebbe dovuto varcare la soglia di uno studio legale e mettere in fila parole che ancora le facevano male. Tracciò con un dito il cerchio lasciato dalla tazza sul piattino, come se da quel segno potesse ricavare una rotta.
Non sapeva ancora, in quel momento di quiete apparente, che a pochi isolati di distanza, nell'attico di vetro e acciaio della Holding Nexus, un uomo che non aveva mai incontrato stava per sentire pronunciare il suo nome per la prima volta - in una riunione che scorreva tra numeri e decisioni, in una voce neutra che, senza saperlo, ne avrebbe spezzato il filo e lo avrebbe teso verso di lei. E che quella coincidenza, se di coincidenza si poteva parlare, avrebbe cambiato entrambe le loro vite molto più di quanto qualunque previsione potesse suggerire.