La soglia dei cento
Dario Ferri conosceva a memoria il numero che lo perseguitava: centosette. Centosette copie vendute in due anni. Le sapeva contare quasi per nome, come si contano gli invitati a un funerale poco frequentato.
Il romanzo era buono. Non era vanità: glielo avevano detto lettori sconosciuti, con quelle recensioni lunghe e ferite che si scrivono solo quando un libro tocca qualcosa. Ma erano voci sparse in un oceano di silenzio. Il problema non era la scrittura. Il problema era la visibilità, quella parola che ormai pronunciava con lo stesso disgusto con cui si pronuncia il nome di un debito.
L'email arrivò alle 23:47 di un martedì di pioggia. Oggetto: "Abbiamo letto il suo romanzo. Tutto."
Nessuna piattaforma legge i romanzi. Le piattaforme leggono i metadati, le categorie, i tassi di conversione. Eppure il messaggio citava una frase del capitolo sette — una frase minore, sepolta, che nessuna recensione aveva mai notato. La sua preferita.
In calce, un logo essenziale: APICE. E una riga sola:
"Il talento non è mai stato il problema. Il problema è che nessuno la sta guardando. Noi possiamo cambiare questo. Le restano 72 ore per accettare l'invito."
Dario rilesse la frase del capitolo sette. Poi guardò il contatore delle vendite: centosette.
Cliccò.