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STORYLAB
20
Kerning

Amber

Mi sono svegliata alle sei spaccate. Senza sveglia.
Ormai è un riflesso condizionato: scendo dal letto, corro in bagno e mi sfrego il viso con l'acqua ghiacciata finché la pelle non brucia. Se non lo faccio, ho la sensazione che la nebbia che ho in testa non se ne andrà mai.
In cucina mi aspetta l'unica decisione consapevole della giornata: pane tostato e Nutella. A venticinque anni dovrei probabilmente fare colazione come le persone adulte e "risolte". Yogurt greco. Frutta di stagione. Una di quelle scodelle piene di semi che sembrano mangime per uccelli. Ma la verità è che non me ne importa niente. Ho bisogno di zucchero, non di un'illusione di benessere.
Alle 7:20 sono già in macchina. Mi piace guidare di mattina presto: sulle strade vuote hai l'illusione di avere tutto sotto controllo. Niente urla, niente problemi degli altri. Solo io e il volante.
Alle 8:20 arriva la mia prima paziente. Claire.
La mia segretaria si è data malata per la terza volta questa settimana. Dice che ha la febbre. Io dico che ha bevuto troppo ieri sera. Ma non è un mio problema.
Claire si ferma sulla soglia. Guarda la stanza come se cercasse una via di fuga.
Ho arredato questo studio nei minimi dettagli per sembrare accogliente: luci calde, poltrone morbide, una scatola di fazzoletti e qualche libro di psicologia sul tavolino. Freud lo chiamava setting. Io lo chiamo mettere in scena uno spettacolo.
«Siediti pure» le dico.
Claire si siede sul bordo della poltrona. Mantiene la borsa stretta al petto, come uno scudo.
«Buongiorno, Claire. Sono Amber.»
Silenzio.
Claire non mi guarda. Fissa il mio blocco di appunti vuoto.
Tic. Tac. Tic. Tac.
L'orologio a parete sembra improvvisamente amplificato da un altoparlante.
«Al telefono mi diceva che...» ci riprovo.
Niente. Sta fissando la mia mano. O forse la mia borsa. Poi, con uno scatto improvviso che mi fa quasi saltare sulla sedia, si alza, afferra le sue cose e corre fuori dallo studio. La porta sbatte con un colpo secco.
Ritorno a casa che è quasi buio. Vivo in un villino isolato in mezzo al bosco. La gente mi chiede sempre se non ho paura a stare da sola tra gli alberi. La mia risposta è sempre la stessa: le persone mi spaventano molto più degli alberi.
Ingurgito altri zuccheri e mi cambio in fretta. Un vestito rosso, un velo di trucco, capelli raccolti. Un’illusione di eleganza creata in meno di dieci minuti.
Alle 21:00 spaccate la macchina di Dave si ferma sul vialetto.
Dave è il fidanzato perfetto. Puntuale, bello, premuroso. Non si arrabbia mai e dice di amarmi. A volte mi chiedo come faccia uno come lui a stare con una come me.
«Dove andiamo?» chiedo salendo in auto.
«È una sorpresa» dice lui, sorridendo.
Inizia a guidare. Ma invece di andare verso il centro città, la strada si fa sempre più buia. Le case spariscono. I lampioni pure. Solo alberi a destra e a sinistra.
«Dave... mi stai portando in un bosco per uccidermi?» scherzo.
Lui sorride. Sterza a destra su una strada sterrata e le ruote fanno scricchiolare la ghiaia.
Ed è allora che lo vedo.
Imponente. Scuro. Due torri gigantesche che tagliano il cielo di notte. Un castello vero e proprio. E la cosa più strana di tutte: ha decine di finestre illuminate.
«È abbandonato» dice Dave spegnendo il motore.
«Ci sono le luci accese, Dave.»
«Le ho accese io. Conosco il proprietario.» Tira fuori una chiave pesante dalla tasca e mi guarda. «Ti fidi di me?»
Odio quella domanda. Perché la risposta è sì.
Scendiamo. L'aria è gelida. Dave apre il portone di legno massiccio. L'interno è enorme e spoglio, illuminato solo da una scia di piccole lampade sul pavimento che salgono lungo una grande scalinata.
«Segui le luci» dice.
Lo seguo. Saliamo le scale, attraversiamo corridoi spogli finché non arriviamo a una terrazza che dà direttamente sul vuoto. Al centro c'è un tavolo apparecchiato con candele e una bottiglia di vino.
«Hai fatto tutto questo per me?» chiedo.
«Volevo farti dimenticare la giornata.» Mi prende per i fianchi e mi bacia.
Ma il mio cervello non si spegne. A metà cena finisco di nuovo per parlargli di Claire. Dello sguardo spaventato che aveva. Del suo silenzio innaturale.
«Non devi salvarle tutte, Amber» dice Dave, sorseggiando il vino.
La sua frase mi dà un fastidio viscerale. «Non voglio salvarla. Voglio solo capire.»
Sto per rispondergli quando sento un rumore al piano di sotto.
Toc. Toc. Toc.
Tre colpi secchi. Pesanti.
Mi siedo dritta sulla sedia. «Hai sentito?»
Dave continua a versare il vino. « NO,sarà solo il vento, Amber.»
«Non era il vento. Erano passi.»
Toc. Toc. Toc.
Questa volta i colpi arrivano da sopra la nostra testa. O forse da dietro la porta. Il suono è strano, rimbomba in modo stridente, come legno pesante che batte su assi scricchiolanti.
Dave si alza con calma. «Vado a dare un'occhiata. Resta qui.»
«Vengo con te.»
«Resta qui, Amber. Ci metto Due minuti.»
Rientra nel castello e chiude la porta della terrazza alle sue spalle.
Un minuto. Due minuti. Tre minuti.
L'aria sulla terrazza si fa improvvisamente gelida. L'odore del vino sfuma, sostituito da una zaffata acida. Puzza di chiuso. Di umidità. Di polvere stantia.
Mi porto una mano al collo. Perché fa così freddo all'improvviso?
Mi alzo dal tavolo e spingo la porta della terrazza per rientrare nel corridoio. «Dave?»
Nessuna risposta.
Le piccole luci lungo il pavimento lampeggiano. Una si spegne. Poi un'altra. Il corridoio si riempie di ombre lunghe.
«Dave, non è divertente!»
Proseguo verso le scale. Ma i miei passi non fanno il classico rumore dei tacchi sulla pietra lucida. Fanno un tonfo sordo, come di piedi nudi sulla terra battuta.
È in quel momento che la sento.
Una voce.
Non viene dalla terrazza. Non viene dal corridoio. Arriva dall'alto, cupa e deformata, come se stesse attraversando uno strato spessissimo di legno e cemento.
«Sei pronta ad uscire, Amber?»
Mi blocco a metà scalinata. Il cuore mi schizza in gola, battendo a un ritmo impazzito.
Quella voce.
La conosco. La conosco benissimo. Un brivido viscerale, gelato, mi corre lungo la colonna vertebrale. È una voce roca, pesante, che puzza di fumo di sigaretta economico e alcol a buon mercato.
Chi è?
Il mio cervello vaga nell'ombra. Cerco di accostare quella voce a un volto. Un paziente? Un cliente dello studio?
Niente. Non riesco a collegarla a nessuno. Ma il terrore che mi scatena nello stomaco è reale, primordiale.
«Amber? Lo so che sei sveglia.»
I colpi riprendono. Toc. Toc. Toc.
Non sono passi in un corridoio d'epoca. È il rumore pesante di stivali da lavoro che scendono una rampa di gradini di legno sgangherati.
Dove cazzo è finito Dave?
«Dave!» provo a urlare, ma la mia voce non è quella di sempre. È sottile, acuta, spezzata. La voce di una ragazzina terrorizzata.
Mi guardo le mani. Per un secondo impercettibile le unghie mi sembrano spezzate, sporche di fango asciutto, e la manica del mio abito rosso mi appare come uno straccio logoro che pende da spalle magre e scheletriche.
Un rumore metallico, stridente, risuona nel silenzio.
Una chiave pesante che gira in una serratura arrugginita. Il cigolio insopportabile di una porta di ferro che si apre.
Una riflesso giallognolo taglia il buio del corridoio. In cima a quella lampo di luce compare una sagoma enorme, robusta , con una bottiglia stretta in mano.
«Sei pronta ad uscire?» ringhia la voce dall'alto.
Il cuore mi schizza in gola. Trattengo il fiato. Un terrore cieco e primordiale mi paralizza le gambe, spingendomi a chiudere gli occhi e a raggomitolarmi su me stessa per scomparire.
«Amber? Ehi, Amber!»
Una mano calda mi afferra una spalla e mi scuote.
Riapro gli occhi di colpo, ansimando come se fossi riemersa da una sessione di apnea.
Niente cemento. Niente buio. Niente sagome minacciose.
Sono seduta al tavolo della terrazza. La candela al centro scoppietta piano. Davanti a me c'è Dave, con lo sguardo pieno di preoccupazione e la mano ancora appoggiata sul mio braccio.
«Amber, mi senti? Che cazzo ti prende?» mi chiede, sporgendosi verso di me.
Cerco di riprendere il controllo del respiro, asciugandomi un filo di sudore freddo sulla fronte. Mi guardo le mani: sono pulite, ben curate. Il vestito rosso è intatto.
«Io... sono venuta a cercarti» mormoro con la voce ancora tremante. «Ero scesa nel corridoio. Le luci lampeggiavano, tu sei andato a controllare l'impianto e poi... poi c'era quella porta. La voce…»
Dave corruga la fronte, visibilmente confuso.
«Di cosa stai parlando?» dice lentamente. «Io non mi sono mai mosso da qui.»
Lo fisso, congelata. «Come?»
«Sono rimasto seduto a questo tavolo per tutto il tempo» spiega lui, indicando il suo bicchiere di vino. «Tu ti sei bloccata all'improvviso. Eri immobile, fissavi il vuoto con gli occhi sbarrati e non rispondevi più. Ti ho chiamata tre volte prima di toccarti.
Un freddo glaciale mi scorre dentro.
Non son mai scesa dalle scale. Non c'era nessuna porta. Nessun rumore di chiavi. È stato tutto nella mia testa. Una proiezione, una psicosi improvvisa e violentissima che ha spazzato via la realtà per sostituirla con un incubo ad occhi aperti.
«Amber...» la voce di Dave si fa più dolce, ma venata di timore. «Stai bene? Mi stai spaventando.»
«Sì...» mento, stringendo i pugni sotto il tavolo per nascondere il tremore delle dita. «Sì, scusami. Solo... un brutto attacco di panico, scusa se ti ho fatto prendere un colpo.
Ma mentre prendo un sorso d'acqua per mandare giù il nodo che ho in gola, la domanda continua a martellarmi la testa, spaventosa e senza risposta: perché la mia mente si è immaginata tutto questo?

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