Marta 🦢
Dicono che la vita sia una gara. Lo credo bene: ho pianificato tutto per arrivare fin qui.
L'agenda è aperta sulle mie ginocchia, la pagina di oggi riempita fino all'ultima riga. 10:00 parrucchiere. 12:30 pranzo leggero. 14:00 ripasso finale. 18:00 discussione tesi. 20:00 festa. Ogni voce è spuntata con la stessa penna blu, quella che uso da anni.
Intorno a me ci sono rumori di phon e piastre, ragazze che corrono da una parte all'altra del salone, l'odore della lacca. Dallo specchio mi guarda una Marta con la coda bassa e il solito taglio di sempre. Ordinata, precisa e un po' spenta.
Il telefono vibra. È Sofia, da Roma: "Oggi sei la regina. Ti voglio bene, mi manchi da morire."
Sorrido, ma sento una piccola stretta. Ripenso al suo ferro arricciacapelli, quello che mi ha lasciato prima di partire, dicendomi che me lo regalava perché a lei non serviva più.
Da quando lei e Daniele se ne sono andati, il gruppo ha cominciato a chiamare me per ogni cosa. Chi prenota, chi avvisa, chi si ricorda le date. Non mi pesa, non l'ho mai detto a nessuno. Ma oggi, per una volta, vorrei che fosse tutto solo mio.
«Allora Marta, cosa facciamo oggi? Solita spuntatina?» chiede Niko, il mio fidato parrucchiere, appoggiandosi con un fianco alla poltrona. Non l'ho mai cambiato e faccio sempre lo stesso taglio da anni ormai.
Chiudo l'agenda. Guardo il mio riflesso.
«Oggi no» dico. «Ho voglia di fare un cambiamento. Pensavo a un rosso ramato, lasciando la mia base castana naturale sotto. Dei riflessi, magari. Non so, vedi tu. L'importante è che si noti.»
Niko spalanca gli occhi e si porta una mano al petto. «Marta, ma sei davvero tu? Dov'è la nostra Marta?»
«Si laurea» rispondo, e mi esce una risata nervosa. «Oggi pomeriggio. Ho aspettato questo momento da una vita, e voglio che sia indimenticabile!»
Mi sono alzata di un tono, senza accorgermene. Tutte le ragazze del salone si girano e scoppiano a ridere. Io arrossisco, ma non abbasso la voce.
«E stasera ho organizzato una festa pazza, com'è giusto che sia. Devo essere spettacolare!»
«Agli ordini» dice Niko, facendomi l'occhiolino. Mi scioglie la coda e mi passa le dita tra i capelli, soppesandoli come un orafo con un metallo prezioso. «Questa me la sognavo da anni. Non mi hai mai lasciato toccare nulla.»
«Lo so.»
«E per la piega?»
«Solite beach waves» rispondo categorica. Almeno quelle, no? Un punto fermo ci vuole.
Niko ride, e mi avvolge nel mantello nero con uno scatto del polso. Lo sento stringersi intorno al collo. Mi giro verso lo specchio mentre lui mescola la tinta in una ciotola, e il colore è molto più scuro e denso di quanto immaginassi.
Per la prima volta in vita mia sto per consegnare qualcosa nelle mani di qualcun altro, senza sapere come verrà. Provo a ripetermi che va bene così. Poi, quasi senza accorgermene, apro di nuovo l'agenda e controllo l'ora.
Ore 18.00
Sta per arrivare il mio momento. Il mio collega ha quasi finito di discutere la sua tesi e io sono qui, che aspetto il mio turno. Tutto come da scaletta. Tutto in orario. Sono pronta, ho studiato alla lettera il mio discorso e niente può andare storto. Starò 10 minuti esatti.
«La prossima!» mi chiama il professore. Mi alzo. Sento gli occhi di tutti addosso: i miei genitori, i miei amici e colleghi... ma questo non mi spaventa. Sono nata per questo. Eppure, il mio cuore palpita più veloce.
Scendo le scale per arrivare alla cattedra, sistemo il mio PowerPoint e, con assoluta compostezza e professionalità, senza neanche una minima imprecisione, inizio la mia discussione. «Buonasera a tutti...»
«... Ringrazio tutti per l'attenzione.»
«Bene signorina, molto bene. Congratulazioni. Avanti il prossimo!»
Eccoci qui. È fatta. Ora posso respirare. Guardo i miei genitori. Gli occhi si inumidiscono. Esco dall'aula: tutti mi aspettano pronti a festeggiare.
«Brava la secchiona!» - mi punzecchia Stefano.
«Grazie, aspetto il tuo turno, poi. Carissimo avvocato! Chissà quanto sarà divertente...» - lo prendo in giro.
Inaspettatamente, mi ruba la corona d'alloro e se la mette in testa. Tutti ridono.
«Ste, smettila di fare il bambino!» urlo. «Ridammela, dai!»
«Scusa Marta. È più forte di me. Farti innervosire mi rende felice.»
Mi fa un occhiolino, poi mi guarda più da vicino e me la ripoggia in testa. Storta.
Me la mette storta 'sta maledetta corona. Lo odio. L'ha fatto apposta. Ancora. Lo vedo ridere sotto i baffi, che non ha, per di più.
Mio fratello Marco ci guarda, come se notasse una strana intesa fra noi due.
«Ciao sorellona. Congratulazioni.» - mi dice dandomi un bacio sulla guancia.
«Ste, ti presento Marco, mio fratello. Da quest'anno starà con noi in residenza. Studierà qui a Siena.»
Stefano gli porge la mano. «Ciao Marco, è un piacere, finalmente qualcuno di più tranquillo e meno metodico nel gruppo, eh?» e scoppia in una risata.
Io lo uccido.
Ore 19.30
Ci siamo. Sono appena tornata in stanza. Devo cambiarmi alla svelta, fra mezz'ora devo fare la mia entrata nel locale. Per la mia festa, finalmente, non vedevo l'ora.
Stasera potrei concedermi di fare qualche pazzia, me lo sento.
Il vestito rosso, a sirena, è lì che mi aspetta. Non vede l'ora di essere indossato.
Fa uno strano effetto. È davvero finita un'epoca della mia vita. Con questi nuovi capelli, quasi non mi riconosco.
Velocemente, indosso il mio abito, un po' del solito trucco e scendo giù.
Il locale è a due passi, ma non mi dispiace per niente fare questa passeggiata in totale solitudine. Questa volta posso arrivare in ritardo, in fondo, è la mia festa.
Quasi arrivata. Vedo tutti da lontano, mi aspettano. Tutti. Ci sono proprio tutti.
Un passo, due passi, tre passi.
Apro la porta del locale. Un applauso fortissimo. È tutto così splendido, come lo avevo immaginato io. Tutto per me.